raccolta di racconti

Contromano: 31 storie prima di dormire

Sinossi

Trentuno (meglio, trentuno e mezzo) racconti, taluni brevissimi — mezza pagina — altri più lunghi, ma strutturati in maniera tale da poter essere esauriti al massimo in due  (tre per i meno veloci) sessioni di lettura. Un esperimento che si richiama alle short stories e che, questa volta, ho affrontato in solitaria ma che, avendo un riscontro positivo da parte dei lettori, intendo riproporre con l’aiuto di altri scrittori.

Estratto da “Contromano: 31 storie prima di dormire” 

Dimmi del cuore 

Lascio ai diversi futuri (non a tutti) il mio giardino dei sentieri che si biforcano”.

[…]In tutte le opere narrative, ogni volta che s’è di fronte a diverse alternative, ci si decide per una e si eliminano le altre;
[…] Si creano, così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano […] Talvolta i sentieri di questo labirinto convergono: per esempio, lei arriva in questa casa, ma in uno dei passati possibili è mio amico, in un altro è mio nemico.
J. L. Borges – Il giardino dei sentieri che si biforcano

Vivo in mezzo alle gigantesche mura che circoscrivono questa casa sulla quale incombe, coevo, il cielo; singolare e irripetibile casa che talvolta, ma ormai da tempo, ho il sospetto di aver concepito da solo; non ricordo — o forse lo ignoro — il Perché; non ricordo— o forse lo ignoro — il Quando.
So per certo che la mia esistenza — come quella delle pareti da cui sono circondato — è stata ed è tuttora determinata da Altri: Coloro che mi hanno generato, l’Architetto che le ha immaginate, e, da un certo momento, ciascuno di Quelli che, nel Giorno della Vendetta, è stramazzato al suolo, tremante, in uno dei corridoi al quale ho poi assegnato il suo nome mortale perché, pronunciandolo, mi permettesse, da allora, di orientarmi meglio nell’infinito intrico che mi circonda.
Io, “Mostro” ai loro occhi, come dicono tutti prima di accasciarsi senza vita.
Senza li abbia nemmeno sfiorati.
Non solo senza tetto ma senza porte né finestre, abito dunque una casa di infinite stanze e innumerevoli corridoi in cui chiunque può entrare, da cui chiunque ha libertà di uscire.
Ma chi entra non esce.
Mai.
E nessuno ha mai varcato l’arco di accesso spontaneamente.
Ebbene: invito chiunque lo desideri a entrare, ispezionare, controllare, tracciarne una mappa dettagliata perfino — tenendo bene a mente di girare sempre alla propria sinistra — purché smetta di spargere menzogne sul mio conto. Non sono superbo né selvatico.
E si sappia, comunque, che questa casa non è arredata con mobilia pregiata o arazzi sontuosi, non è costellata di giardini rigogliosi o fontane zampillanti ma è solo una teoria interminabile di pietre nude e spigoli, un luogo ove non è possibile soggiornare comodamente e che in essa ogni ambiente, ogni passaggio, ogni androne, ogni pozzo è moltiplicato e ripetuto, sempre eguale a se stesso, senza fine.
Da essa, come fa chiunque dalla propria, un tempo uscivo ogni sera, al calare del sole, percorrendone i dintorni; e se una volta, in piena notte, vi sono rientrato per non venirne più via, è stato tanto per il timore di abbandonarmi alla consuetudine — piatta come il deserto dopo una tempesta di vento — quanto per l’angoscia di leggermi straniero negli occhi delle donne, orribile in quello dei fanciulli: da allora né il pianto di una femmina, né le preghiere di un bambino sono riusciti più a darmi consistenza.
E sono divenuto Ombra, ombra che non si confonde con la moltitudine, sebbene la propria indole vi aspiri.
La verità è che sono Unico, e, come tale, sdrucciolo sui giorni con la sola compagnia del me che fui.
Attraverso il tetto scoperchiato, ogni giorno, leggo esclusivamente i segni del tempo: il transito delle stagioni, il carico di pioggia delle nubi, le saette maestose del Padre.
Sfoglio le pagine della natura: il volo garrulo delle rondini, la picchiata del falco, l’incedere maestoso dell’aquila; di notte mi accompagna l’inquietante verso dell’upupa, quello grave della civetta.
La risacca del grande mare che respira incessante è alito di vita.
Giorni addietro sono tornato a farmi visita come sono solito fare ogni luna nuova: duplice, in compagnia di me stesso, ho percorso — partendo dal centro e girando a sinistra — le stanze tutte uguali, i cortili squadrati, le terrazze a strapiombo; da esse, il mio doppio e io, ci siamo precipitati verso il pavimento, ben consapevoli delle conseguenze dolorose, soltanto per provare un qualcosa che fosse dissimile all’assuefazione e per sentire nelle narici l’odore pungente del nostro sangue. Un odore singolare, infine.
E quando mi sono chiesto di rammentare il nome dei corridoi, li ho elencati tutti a memoria — ignoro la tecnica dei segni su carta, nessuno me l’ha insegnata — a cominciare dai più antichi.
Carichi di anni, ormai.
È stato proprio in quel momento che mi è tornata in mente la sorprendente profezia di un moribondo: “Abbi fede, qualcuno ti salverà.”
È da allora che ogni momento scruto la polvere del pavimento alla ricerca di orme differenti dalle mie; è da allora che mi rallegro, al sorgere di ogni alba, di una Esistenza a venire, e tuttavia ignota, in cui diluire l’angoscia della mia solitudine; è da allora che ambisco a coltivare la Rosa — quell’unica rosa — che torni a profumare la mia intorbidata esistenza.

«Com’è che non muori?» Me l’ero trovata innanzi.
«Perché sono venuta a cercarti, non sono stata costretta a venire.»
Il peplo le scendeva dritto fino ai piedi, che erano nudi.
«Sei tu la mia redentrice?»
Il seno rigoglioso e superbo era sottolineato dalla scollatura generosa.
«Lo sarò se lo vorrai.»

«Lo voglio per il tempo che mi è concesso.»
«Lo accoppieremo al mio.»
E proprio il Tempo sembrava sospeso e inchiodato alle ruvide mura dalle nostre parole che risuonavano di una propria eco armoniosa.
«Non hai dunque paura né ribrezzo di me.»
E i lunghi capelli neri, carezzati dal vento di scirocco, nascondevano un istante gli zigomi accennati per tornare a scoprirli l’attimo successivo.
«E perché mai? Innanzi a me ho soltanto un’Ombra, un’Ombra che aspira a ritrovare vita.»
Nessuno prima mi aveva visto così, come io stesso mi vedevo.
«Ma tu sei una bellissima donna, e questa testa di toro, questi zoccoli, la coda…»
«E il cuore …? Dimmi del cuore …»
E queste parole pronunciate da labbra color ciliegia avevano suono di cimbali, odore di nettare appena colato, frescura di rugiada mattutina.
«Che ne sai, tu, del mio cuore. Non credevo neanche più di possederlo, un cuore, prima di averti innanzi.»
E mi fissava con occhi marrone dai riflessi d’oro penetrando il mio essere fino a raggiungerlo, il cuore, e accoglierlo nelle proprie piccole mani carezzandolo con polpastrelli delicati.
Le braccia di alabastro, nude sotto le maniche corte, le distese verso di me poggiandole sui miei avambracci.
«Verranno a ucciderti, è scritto così.»
Nessuna mi aveva mai toccato in questa maniera.
«Nulla di ciò che è scritto non può essere mutato.»
«E come?»
Sulla sommità di Kefala, fuori dall’unico accesso alla casa di Asterione crollato su se stesso, sigillato per sempre da un furioso accesso di vita, proprio sotto la regale làbrys — l’ascia bipenne — giace, superfluo, un gomitolo di filo.

 

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