Raccolta di racconti

Agenzie letterarie

Sinossi

Il capitano Duncan per raggiungere quotidianamente il comando del Field Security Officer ha scelto di percorrere Via S. Lucia, il Chiatamone e mezza Riviera di Chiaia costeggiando il lungomare Caracciolo.
Certo allunga, e di parecchio anche, il tragitto, e nel freddo di quell’ottobre del ’43 percorrere quasi un chilometro in riva al mare non è propriamente salutare, ma da quella volta che è rimasto bloccato in un vicolo per oltre tre ore ― scampando la morte, peraltro ― a causa delle macerie di un palazzo venuto giù improvvisamente per l’esplosione di mine temporizzate seminate dai tedeschi in fuga, si è persuaso che una bronchite è sempre meno pericolosa del collasso di un palazzo del ‘700.
Durante il percorso, peraltro, ha modo di conoscere meglio la città che deve sorvegliare, una città che lotta con la forza della disperazione contro il rischio di ripiombare nel Medioevo.
La gente acquartierata nella Villa comunale ― Real passeggio di Chiaia gli hanno detto che era il suo nome ― restituisce l’idea di una tribù beduina accampata in un’oasi in mezzo a un deserto di mattoni; in città acqua e cibo sono reperibili solo a costo di inenarrabili sacrifici, sale e sapone neanche con quelli; la maggior parte della gente ha perso nei bombardamenti anche i vestiti e non è inconsueto veder girare per strada uomini in giacca da sera, pantaloni alla zuava e scarpe militari o distinte signore con abiti di merletto ricavate da tende padronali.
A poche decine di metri dall’ingresso della Villa, per esempio, una signora insolitamente ben vestita ― perfino la piuma sul cappellino ― ogni mattina munge una capra e offre un bicchiere di latte caldo a sette lire.
Una volta, lui le aveva dato ― di tasca propria ― una sterlina per l’intera mungitura e il bicchiere, e appena lei, felice, aveva voltato l’angolo con la bestia, aveva buttato tutto.
Ripensa proprio a questo episodio quando, entrando al comando, il sergente di servizio lo avvisa:
«Capitano, davanti al suo ufficio c’è un certo Ernesto Lembo.»
«E chi è?»
«Dice che è lo zio di Roma.»
«… ?» E con questo dubbio nella testa Victor Duncan si avvia in ufficio.
«Lembo Ernesto, avvocato, a servirla» si presenta l’uomo porgendogli la mano.
Entrano assieme, Duncan e uno dei circa quattromila avvocati presenti a Napoli nel ’43, il 90% dei quali, laureatosi solo per salvaguardare l’onore della propria famiglia, non ha mai praticato.
«In cosa posso esserle utile?»
«Io abito a via Nicotera…» esordisce quello mentre l’ufficiale si accomoda alla scrivania osservandone l’aspetto: un signore distinto, dalla figura fragile, che a volte intruppa nel bel mezzo di una frase barcollando leggermente come sul punto di svenire.
«… spesso frequenta la strada un tal maggiore Davies…» percepisce mentre prosegue l’esame.
L’aria tirata e smunta rimanda a una frequente tipologia di napoletani: quelli che sopravvivono alla giornata restando a letto e che, usciti, percorrono brevi distanze fermandosi ogni due, trecento metri per riprendere fiato; che si alimentano a semi di zucca e ceci tostati ― ‘o spasso ― talvolta nobilitato da un caffè di ghiande tostate, e per i quali l’unico pasto, serale, è costituito da fettina, sottile, di pane bagnato nell’olio di oliva e strofinato con un asfittico pomodoro proveniente da
chissà quale orto domestico.
«Ma lei è certo di quello che mi dice?»
«Sul mio onore. Pretende cento lire per non requisire le auto private.»

«Avvocato» dice Duncan alzandosi «il fatto non è di competenza di questa sezione» si alza anche l’altro «ma le assicuro che inoltrer…» per crollare d’improvviso sulla poltrona. Svenuto.
Per fame.
(continua)

Altre pubblicazioni

Il principe mattissimo e la lucciolina buia

Di tutto fuor che d’amore

Cronache di universi paralleli

Con la testa col cuore